L’uomo che sussurra a Tsipras di annullare il debito

L’intervista integrale a Eric Toussaint, presidente del Cadtm e coordinatore scientifico della Commissione per l’Audit sul debito istituita dal Parlamento greco, è pubblicata sul Fatto quotidiano del 23 aprile

In Grecia la stampa avversa al governo lo ha soprannominato “l’uomo con i sandali”. Eric Toussaint, presidente del Cadtm (Comitato per l’annullamento del debito al Terzo mondo) ha in effetti un aspetto molto francescano anche se ci riceve in un elegante albergo del centro di Roma. In Italia è giunto al seguito della presidente del Parlamento greco, Zoe Konstantopoulou, che l’ha nominato coordinatore scientifico della Commissione greca per un audit sul debito pubblico, una indagine accurata sull’effettiva quantità dei debiti della Grecia, ma soprattutto sulla loro natura. L’obiettivo politico è quello di mettere in discussione il debito stesso, o almeno una sua parte. Un’operazione che spaventa l’Unione europea ma che invece in Grecia è diventata ormai materia di dibattito politico.
“All’insediamento della Commissione che ho l’onore di coordinare” spiega Toussaint, “l’intervento di maggior sostegno è stato fatto dal presidente della Repubblica, Prokopis Paulopoulos”. Un conservatore di Nuova Democrazia eletto con il sostegno di Syriza e che, nel suo intervento, ha messo l’accento sulla necessità di rispettare la sovranità degli Stati. “I lavori della Commissione sono stati trasmessi in diretta tv per tutti i tre giorni della loro durata”, continua il presidente del Cadtm. “C’è stata la presenza di Alexis Tsipras e di 14 tra ministri e viceministri, tra cui Yanis Varoufakis, il potente e mediatico ministro dell’Economia che ha promesso ‘tutto l’appoggio’ del suo ministero.

Toussaint ha una certa esperienza di audit del debito pubblico. Lo va proponendo da almeno un decennio e l’ha messo in pratica in Ecuador, offrendo consulenza al governo di Rafael Correa che ha disconosciuto 7 miliardi di dollari di debito estero.

(il testo integrale sul Fatto del 23 aprile)

Marchionne, la fine del salario come variabile indipendente

Sergio Marchionne ha proposto, e Fim, Uilm, Ugl e Fismic accettato, una nuova politica retributiva in Fca, ex Fiat. Gli aumenti salariali diverranno, di fatto, variabili, legati all’andamento dell’azienda. Il contratto diventa così uno solo comprensivo di orari, retribuzione, mansioni e inquadramenti. Si chiude un cerchio cominciato a Pomigliano nel 2010. Qui il mio commento per il Fatto quotidiano

C’è stato un tempo in cui nel movimento sindacale vigeva una regola d’oro: il salario come variabile indipendente. I livelli retributivi e gli aumenti conseguenti dovevano corrispondere a un “elemento esterno fisso”, come i livelli minimi di sussistenza, che ponevano i salari in una posizione rigida rispetto ai profitti.

Stiamo parlando degli anni Sessanta, in cui questi discorsi animavano il dibattito tra economisti come Claudio Napoleoni Piero Sraffa. E nel vivo del decennio che stava incubando la riscossa operaia, quelle tesi permeavano il dibattito della Cgil dove andava affermandosi la leadership di un dirigente come Luciano Lama che sul tema del “salario variabile indipendente” aveva deciso di spendersi. Nel bene e nel male, come dimostreranno i fatti successivi.

I rinnovi contrattuali del ‘69, che danno origine al famigerato “autunno caldo”, si svolgono all’insegna di “aumenti uguali per tutti”, relegando il “cottimo” a una fascia sempre più residuale. Quella impostazione, che punta a conseguire una struttura del salario rigida e garantita ai lavoratori, trova l’apice nel cuore degli anni 70 quando, proprio Luciano Lama, ormai segretario della Cgil, e il presidente di Confindustria, Gianni Agnelli, firmano l’accordo sul “punto unico di contingenza”. Si trattò dell’unificazione del valore uninominale del valore della contingenza che misurava l’aumento determinato dalla scala mobile (in vigore dal dopoguerra) mentre prima c’erano valori diversi a seconda della categoria o della qualifica. Le variazioni percentuali degli aumenti salariali furono molto più forti e secondo molti furono all’origine della spinta inflazionalistica.

Sarà Luciano Lama, nel 1978, a definire “una fesseria” la formula del salario variabile indipendente. Con la “svolta dell’Eur” inizia quella che fu definita la “politica dei sacrifici” e quindi della moderazione salariale. Niente, però, a confronto alla soppressione dei punti di contingenza sulla scala mobile, realizzata dall’allora governo Craxi nel 1984, quando si crea la grande frattura a sinistra e il massimo scontro tra il Pci di Enrico Berlinguer e il Psi craxiano. Il referendum del 1985, darà ragione a Craxi segnando tutta la vicenda sindacale a venire.

Il 1993 costituisce un nuovo spartiacque. La scala mobile viene definitivamente archiviata e con gli accordi di concertazione firmati da Cgil, Cisl e Uil si passa agli aumenti contrattuali sulla base dell’inflazione programmata. Un modo per contenere, in ossequio ai dettami di Maastricht, gli aumenti salariali. Il sistema dell’inflazione programmata finirà, poi, nel 2009, con l’accordo separato firmato da Cisl, Uil e Ugl con il governo di Silvio Berlusconi che istituirà un nuovo indice, l’Ipca.

Intanto, però, Sergio Marchionne ha già messo in moto la crisi del contratto nazionale dei metalmeccanici uscendo da Confindustria e realizzando il contratto Fiat. La novità di ieri si colloca in questa strategia e fa il paio con il salto all’indietro, anch’esso al 1969, compiuto dal governo Renzi sull’articolo 18 e lo Statuto dei lavoratori. Una fase si sta chiudendo per il movimento operaio e sindacale e quello che ne è più consapevole, oggi, è proprio Marchionne.

Non chiamateli precari ma vogliono più garanzie

Un’interessante ricerca compiuta dall’Associazione Bruno Trentin sui “professionisti” in Italia. Si sentono dei lavoratori autonomi ma colgono la perdita di reddito e di garanzie. A partire dalla pensione. Un punto, questo, su cui vale la pena seguire quanto sta organizzando la Coalizione 27 febbraio

Non chiamateli precari ma lavoratori autonomi. È quanto affermano i 3,4 milioni circa di professionisti italiani che la Cgil ha sondato nella ricerca a cura dell’Associazione Bruno Trentin. Un lavoro durato 9 mesi con 2210 risposte al questionario e poi ponderate ex post. Un segnale, per il sindacato di Susanna Camusso che ha presentato la ricerca insieme al responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, dell’intenzione di occuparsi di altre tipologie lavorative oltre il lavoro dipendente.

Il risultato principale della ricerca, del resto, dice proprio che queste figure professionali tengono molto alla loro identità di “professionisti-autonomi” (68,5%) specificando, però, “con scarse tutele”. Solo il 13,6% si definisce “un lavoratore dipendente non regolarizzato”, percentuale che, in ogni caso, equivale a mezzo milione di persone.
La ricerca – che non considera i professionisti imprenditori con dipendenti – ha strutturato 15 macro-aree categoriali in cui si ritrovano gli avvocati, i servizi alle aziende, la cultura e spettacoli, l’informazione e l’editoria, e via dicendo. Una mappatura di un mondo professionale che oggi è, più o meno, rappresentato da 85 associazioni e che è collocato in 27 professioni regolamentate. È il mondo che comunemente viene definito “popolo delle partite Iva” visto che il 74% lavora con questa tipologia fiscale (2,5 milioni di unità) mentre solo il 18% si definisce “parasubordinato”.
L’incidenza della partita Iva è riscontrabile dagli altri dati dell’indagine. La metà circa lavora con più committenti, mentre il 17% ha un solo committente e il 33% un rapporto variegato di cui uno principale. Questo dato è importante per cogliere il carattere di maggior o minore dipendenza dei professionisti. La percentuale con monocommittenza equivale a quella di chi si definisce parasubordinato e ritorna (17%) quando si passa a vagliare il grado di “autonomia”. Il 47%, infatti, dichiara di averne una “alta” mentre il 17% di non averne nessuna e il 16% la definisce “bassa”.
Dipendenza dal committente e autonomia lavorativa (che significa poter determinare gli orari e il luogo di lavoro) costituiscono le coordinate essenziali per misurare l’effettiva indipendenza del lavoro e, nei dati offerti dalla Cgil, la fisionomia del lavoro professionale appare abbastanza chiara. Metà dei professionisti sembra vivere condizioni di effettiva indipendenza mentre l’altra metà vive per una parte (il 17-18%) in condizioni di lavoro dipendente mascherato e per un’altra parte, circa il 30%, in una zona grigia in cui il lavoro autonomo fa fatica ad affermarsi come tale.
Lo si riscontra nel reddito. Il 47%, infatti, dichiara redditi al di sotto dei 15 mila euro, soglia superata dal restante 53% anche se solo il 21,7% supera i 30 mila euro annui. Anche per questo, quindi, si può comprendere la risposta alla domanda su come si vuole essere percepiti: “Lavoratori autonomi ma con scarse tutele”.
Rispetto al futuro, la metà del campione (51%) “punta ad avere una maggiore continuità occupazionale con più tutele”, uno su tre (34%) ad avere un compenso più elevato. Le richieste al sindacato, o alle associazioni professionali (a cui è iscritto il 42% del campione), riguardano innanzitutto la riforma del sistema previdenziale considerata come “l’azione più importante”, seguita da quelle per ottenere un regime agevolato per i redditi più bassi. Per il 79,6%, inoltre, sarebbe utile istituire un equo compenso in relazione al valore della prestazione sotto il quale il datore di lavoro non deve scendere.
Anche in questa classifica, infine, ci sono quelli che stanno peggio. Le categorie in cui è più alta la definizione di lavoro “parasubordinato”, tra il 30 e il 40%, sono quelle di “cultura e spettacolo”, “formazione”, “informazione-editoria”. Sono le stesse con i redditi più bassi e con l’autonomia più bassa e che più vorrebbero avere un lavoro stabile con un contratto a tempo indeterminato.

Terzo Settore e impresa sociale, l’affondo di Renzi sul welfare

Uscito sul Fatto di giovedì 9 aprile ha suscitato la risentita risposta di Riccardo Bonacina, di Vita. La si può trovare qui. In effetti parliamo di un settore che rappresenta un investimento significativo nella strategia di Matteo Renzi. Con alcune protagoniste atipiche come Giovanna Melandri e Letizia Moratti.
La Camera ha approvato la legge delega che riforma il Terzo settore. Con 297 voti a favore (la maggioranza), 121 contrari (M5S, Sel e Lega nord) e 50 astenuti (Forza Italia), il testo passa ora al Senato. La legge va oltre l’apparente normalità della sua definizione e rappresenta interessi rilevanti nella strategia politica del “renzismo”.
La legge delega, che come tale avrà bisogno di decreti attuativi, ha il perno decisivo nell’articolo 6 che regola le nuove norme per “l’impresa sociale” con il rischio, come hanno sottolineato gli interventi contrari del M5S e di Sel, di appaltare settori di welfare, in particolare la sanità, al mercato privato. L’articolo 6, infatti, prevede “forme di remunerazione del capitale sociale e di ripartizione degli utili, da assoggettare a condizioni e limiti massimi”. Consente, poi, alle imprese private e alle amministrazioni pubbliche “di assumere cariche sociali negli organi di amministrazione delle imprese sociali” e stabilisce che “le cooperative sociali e i loro consorzi acquisiscono di diritto la qualifica di impresa sociale”. “Con questa legge, ha detto Giulio Marcon di Sel, “non difendete i diritti ma i mercati sociali delle imprese”.
La torta è di circa 175 miliardi, corrispondenti alla spesa sociale non coperta da assistenza pubblica che potrebbe essere drenata, nel giro di otto anni, dalle nuove “imprese sociali”. E il mondo di riferimento, assai vasto, è composto da oltre 11 mila cooperative sociali, da oltre 22 mila enti non profit e da oltre 88 mila enti profit che operano già nel comparto. I settori di interesse sono i servizi socio-assistenziali, quelli della formazione e dell’assistenza. La supervisione, infine, è garantita al ministero del Lavoro, diretto da Giuliano Poletti che delle cooperative è stato presidente.
Come ha fatto notare nel suo intervento di voto contrario in aula la deputata dei 5Stelle, Giulia Grillo, per capire la sostanza dell’operazione occorre fare un passo indietro rispetto alla legge e andare a consultare un documento ricco di dati (tra cui quelli appena citati): il Rapporto italiano della Social Impact Investment Task Force istituita nell’ambito del G8 e presieduta in Italia dall’ex ministra (e attualmente presidente della fondazione Maxxi, il museo delle arti di Roma), Giovanna Melandri. Melandri è anche presidente di un’altra fondazione, la Human Foundation, creata “per sostenere l’impresa sociale migliore”. Molti dei suoi soci, partner e “ambassador” sono importanti centri economici come Unicredit, Banca Prossima di Intesa SanPaolo (cui si era rivolta la Coop 29 giugno per raccogliere fondi tramite la piattaforma online), fondazione Cariplo, Deutsche Bank, Ubi Banca. Molti di loro li ritroviamo nel board italiano della Task Force istituita per consigliare i governi del G8 e quindi con caratteristiche pubbliche. Nella stessa ci sono esponenti che esaltano pubblicamente l’impresa sociale come Andrea Rapaccini di Make a Change, struttura no profit dove tra i soci figurano colossi come la Gdf Suez Energie, la fondazione Cariplo o la Reale Mutua assicurazioni, il gruppo Vita, Letizia Moratti, presidente di San Patrignano, la Legacoopsociali, la Federcasse, l’associazione di Fondazioni e casse di di risparmio (Acri) oltre all’Associazione delle assicurazioni (Ania), delle banche (Abi) e alla stessa Confindustria.
Si ritrova anche il nome di Vincenzo Manes, da poco consulente “sociale” del governo Renzi e presidente della fondazione Dynamo, anch’essa impegnata nel “business sociale” e che è stato indicato, sempre dalla deputata Giulia Grillo come uno dei possibili estensori materiali, insieme al sottosegretario Luigi Bobba, ex presidente Acli, della legge delega.
La Task Force di Melandri ha redatto un documento di 88 pagine in cui si evidenzia il giro di affari possibile rappresentato dai 175 miliardi di spesa sociale che potrebbe essere coperta con uno Stato sociale “innovato radicalmente senza aggrapparsi a posizioni di rendita”. Il testo definisce “cruciale” il ruolo delle cooperative sociali ma anche di associazioni e fondazioni (e abbiamo visto che proprie queste non mancano in questa storia). Il ruolo delle cooperative sociali è costante. La dichiarazione per il Pd, ieri, è stata fatta da Micaela Campana che nell’inchiesta sulla 29 giugno era stata citata per i suoi sms a Salvatore Buzzi – “grande capo”. L’ironia delle citazioni fa si che nell’introduzione di Giovanna Melandri si possa leggere: “Siamo alla ricerca di una terra di mezzo dove la struttura giuridica dell’impresa sociale tra profit e non profit è molto importante per la dimensione e la ‘scalabilità”. Il “mondo di mezzo” di Massimo Carminati non c’entra nulla ma l’analogia è divertente.
In ogni caso, la Task Force immagina nuovi capitali che possono affluire nel settore con i “social bond” o l’impiego della Cassa depositi e prestiti. E indica un riferimento ideologico molto preciso, quella Big Society di stampo inglese che si propone di integrare il libero mercato con le attività sociali e di volontariato. Precondizione di tutto, però, dice il documento redatto nel 2014, è “cambiare lo status giuridico” delle imprese sociali per una definizione “più ampia rispetto agli attuali confini”. Esattamente quello che ha fatto la Camera.

L’articolo 18 non frena i profitti

Sembra incredibile ma l’esistenza dello Statuto dei lavoratori non ha bloccato la capacità di profitto delle imprese italiane. Sono stati enfatizzati, in particolare dal Sole 24 Ore, i forti utili prodotti dalle società quotate alla Borsa di Milano. Utili che hanno consentito alle aziende del listino di distribuire dividendi in crescita rispetto al 2013: 15,3 miliardi di euro contro i 13,7 dell’ano precedente.
La crescita degli utili, e dei dividendi, prosegue dal 2012. Quell’anno furono distribuiti 13,7 miliardi, in calo rispetto ai 14,6 del 2011, l’anno nero della crisi dello spread. Poi, nel 2013 si è tenuta la quota dei 13,7 per passare ai 15,299 miliardi del 2014. Il segnale è esplicito: dopo la grande fase nera della crisi iniziata nel 2008 e dopo la “grande paura” del 2011, con il rischio paventato di un’uscita dell’Italia dall’euro, le cose sono tornate a posto.
I signori della Borsa dovrebbero dire grazie a Mario Monti o a Mario Draghi che, con politiche di riduzione del costo del lavoro e di assottigliamento di voci sociali come le pensioni hanno garantito un recupero di “profittabilità”, come la definisce il quotidiano confindustriale, decisamente positiva. Lo conferma l’andamento degli utili conseguiti tra il 2009 e il 2013 da alcune delle società leader di questo movimento: 2,25 miliardi per Luxottica, 1,27 miliardi per Parmalat, 4,3 miliardi per Snam e 2,8 miliardi per Terna. Per non parlare del risultato sbalorditivo di Enel che nel quinquennio preso in esame ha realizzato 18 miliardi di utili netti cumulati sfruttando a pieno lo status di utility che poggia su un flusso certo di ricavi.
Il movimento di crescita era già inscritto nell’andamento dell’indice borsistico Ftse Mib che da inizio anno ha realizzato un brillante + 22,6%, reggendo il passo dei concorrenti internazionali.
Come detto all’inizio, tutto questo si è realizzato in presenza delle vecchie norme sul lavoro, prima del varo del Jobs Act. Vedremo se l’allentamento di quei diritti produrrà balzi ancora più consistenti. Quanto, però, l’impennata dei profitti si tradurrà in maggiori investimenti e in una crescita complessiva dell’economia italiana è tutto da verificare. E, visto l’andamento degli ultimi anni, anche da dubitare.

dal Fatto quotidiano dell’8 aprile

La Coalizione sociale, una risposta alla fine del movimento operaio

Difficile prevedere se la proposta di Coalizione sociale avanzata dalla Fiom di Maurizio Landini possa costituire un successo. Quello che appare chiaro è che costituisce una finestra di opportunità. Per ricominciare dal lato degli interessi del mondo del lavoro e non lavoro, dal lato di coloro che non sono rappresentati, di coloro che vengono costantemente calpestati, sconfitti, spesso umiliati. Questa proposta, però, acquista maggior senso se integra un assunto, al momento non ancora presente nel dibattito: la fine del movimento operaio così come si è sviluppato lungo il ‘900.

‎Parlare‭ ‬di fine del movimento operaio non significa negare l‭’‬esistenza di interessi di classe o non vedere la presenza di lotte e di resistenze, di vertenzialità anche aspre. E’ di pochi mesi fa, ad esempio, la resistenza degli operai di Terni in difesa del posto di lavoro. Analoghe lotte avvengono in ogni parte del Paese anche se per bucare la coltre dell’invisibilità mediatica devono trasformarsi in questione di ordine pubblico. Ma anche la vicenda di Terni, o quella di Piombino o le lotte di altri comparti sindacali, non eliminano l’essenziale: è venuta meno la costruzione politica, culturale e sociale che ha permesso, in particolare dopo la Seconda guerra mondiale, l’affermazione di una soggettività politica non riconducibile solo ai partiti della sinistra. Soggettività alimentata dall’esistenza dell’Urss, dalla forza dei partiti comunisti e dei partiti socialdemocratici, dalla crescita esponenziale dei sindacati, almeno in Europa, che ha consentito di cambiare profondamente i rapporti di forza tra le classi sociali.

Ma, appunto, una forza molto ampia che ha riguardato una porzione significativa di società con riferimenti ideologici, culturali prima che politici, molto solidi. Sono quegli stessi presupposti – solidarietà, comunanza di interessi nel lavoro salariato, solidarietà generazionale – che ormai si sfarinano. La sconfitta del movimento comunista, con lo spartiacque decisivo dell’89, la socialdemocrazia che si trasforma in una variante del capitale, gli errori di chi avrebbe dovuto costituire un’alternativa alla dissoluzione (si pensi a Rifondazione in Italia), costituiscono le premesse di una crisi che non poteva che riguardare anche i sindacati, divisi, privi di una dimensione sovranazionale, vittime dei propri errori e delle proprie colpe – in primis il distacco dalle reali condizioni di lavoro – e che vengono travolti da un’offensiva politica che, a sua volta, è alimentata dalla crisi economica.

L’analogia con l’800

La sconfitta di quel movimento è stata profonda, più di quanto si creda o si voglia ammettere. E si nutre di un’altra crisi profonda, quella della democrazia parlamentare e rappresentativa divelta da una logica dell’economia che in nome della produttività, della competizione e della ricerca del massimo profitto, ha bisogno di velocizzare le decisioni e di aggirare il dibattito. Matteo Renzi è frutto di questa necessità così come il bisogno di uomini forti, di nuovi populismi e di, sempre agognati, capri espiatori collettivi.

La fase attuale assomiglia così alla seconda metà dell’800, agli albori del movimento operaio perché il problema di fondo non è ricostruire solo le forme rappresentative sconfitte – ad esempio, una fantomatica sinistra – ma gli ingredienti essenziali che formano un nuovo movimento del lavoro e del non lavoro (il nome “operaio” può infatti dirsi superato).
Si tratta di ricominciare e quindi di rifarsi alla metodologia che portò alla formazione del vecchio movimento operaio. Ricostruire la solidarietà, a partire dal Mutuo soccorso non come surrogato del welfare in crisi ma come filo di sutura delle fratture sociali; ricostruire una dimensione vertenziale, non come conflitto rappresentato o mediatico ma come piccole vittorie da accumulare; ricostruire una dimensione internazionale per stare all’altezza della globalizzazione del nostro tempo.

La mappa del “chi siamo”

Questa operazione paziente – non si esaurirà, infatti, né con qualche manifestazione né con l’idea, astratta, di una lista elettorale – ha bisogno innanzitutto di operare una radiografia dei soggetti potenziali. Una mappa del “chi siamo” per avere la capacità di sintetizzare linguaggi e comunicazione. Se parliamo di fine del movimento operaio ci è chiaro, allo stesso tempo, che le figure del lavoro salariato, quello che una volta si definiva proletariato, non fanno che aumentare e moltiplicarsi nelle loro differenze. Questa morfologia non si riconosce perché l’attuale processo produttivo e l’attuale conformazione del capitale ha impedito che un un contratto a termine si riconoscesse in un co.co.co e che questo, a maggior ragione, in un contratto indeterminato. Le partite Iva, sempre più “false”, esondano dalla loro natura originaria e diventano settori di “classe” senza accorgersene e quando se ne accorgono non trovano sponda nelle attuali strutture sindacali. Le identità, poi, si sdoppiano o triplicano a seconda dei contesti. Un posto di lavoro salvato diventa un successo per un-una lavoratore-lavoratrice e, magari, uno spreco per un-una cittadino-a. Chi lavora diventa rapidamente consumatore e utente e non si riconosce più come lavoratore. Tanto meno riconosce, o fa fatica a riconoscere, un immigrato o un’immigrata come una parte di sé.Un posto di lavoro può essere opposto alla tutela dell’ambiente la contraddizione può attraversare non solo intere comunità ma anche generazioni, famiglie.
L’idea che ricucire tutto questo, dotandosi di aghi e fili nuovi, non sia di competenza del sindacato è semplicemente una rinuncia al proprio ruolo o una subordinazione alla politica dominante. Questa sutura non solo è di pertinenza sindacale ma costituisce forse l’unica possibilità per ciò che resta del sindacato di darsi un ruolo e una missione storica.

Non‭ ‬è un caso se il sindacato sia marginale, vittima delle sue sclerotizzazioni e burocrazie più o meno grandi. Non è un caso, soprattutto, se su una battaglia decisiva come il Jobs Act, sia uscito sconfitto perdendo proprio sul terreno della più larga unità sociale. Attorno al lavoro dipendente classico – tra l’altro il meno colpito dalla riforma – non si è compattato quel largo mondo di precari-e e figure solitarie che da tempo non sanno più cosa sia il sindacato e, spesso, lo vedono come controparte. Il sindacato appare spesso, invece, fermo sul posto anche perché, a lungo, ha fatto della collateralità con i governi di centrosinistra (e, in parte, anche con quelli di centrodestra) l’unica strategia. Abitudine alla concertazione, incapacità a condurre un conflitto autentico, mancanza di radici strutturali nella moderna composizione di classe sono stati i pesi nelle tasche del sindacato che hanno permesso a Renzi di sferrare un colpo di maglio formidabile. Così come l’assenza di una proiezione internazionale è alla base di una residualità nazionale che non ha punti di appoggio nel contrasto alle politiche europee e globali.

La centralità della democrazia

Anche per questi motivi, quello che dovrà potersi realizzare troverà forza e avrà futuro se assumerà la democrazia e l’auto-decisionalità dei soggetti, come coordinate essenziali. Se i soggetti storici del movimento operaio sono in una crisi irreversibile, piccole luci di una stella ormai spenta, anche l’ipotesi di una delega a dirigenti illuminati perde di prospettiva. Il futuro è nelle nostre mani e se un insegnamento viene da movimenti come quello di Podemos (al di là del suo corso reale) è che al tempo della comunicazione orizzontale non si può dare lotta politica efficace senza una democrazia sostanziale. Decisionalità democratica, trasparenza, sobrietà, sono ingredienti propedeutici a qualsiasi tipo di organizzazione. E’ bene saperlo e accettarlo non come concessione allo “spirito del tempo” ma come strumento di nuova politica.
Siamo così al tempo della ricostruzione di un movimento‭ “‬di classe”: tramite la costruzione di strutture basilari di mutuo soccorso,‭ ‬tramite forme elementari di sindacalismo,‭ ‬attraverso processi emblematici e/o simbolici di autogestione,‭ ‬in sperimentazioni “politiche” non comprimibili nella nascita miracolosa di nuovi‭ ‬partiti.‭ I quali hanno perso la vecchia funzione e il vecchio ruolo, per lo meno sul fronte della rappresentanza degli “ultimi”, non perché decisamente superati – un “partito” si darà sempre in natura – ma perché viaggiano ancora sulla luce di una stella spenta. Quella di una sconfitta non solo subita sul campo ma anche nel cuore stesso della propria credibilità. Non sarà sufficiente shakerare i vecchi ingredienti, spesso i vecchi dirigenti, per far nascere una bevanda digeribile. Il percorso è più lungo, più radicale perché agisce nella radice dei comportamenti sociali, nella ricostruzione di un senso di appartenenza a uno schieramento che rivendica diritti. Il Novecento, i suoi errori, le scelte scellerate hanno bruciato gran parte del terreno in cui si muovono questi soggetti e la bonifica avrà bisogno di tempo. E di fiducia. La fiducia fondamentale non può che essere nelle proprie forze e nella capacità di effettuare una connessione stabile, nell’efficacia della coalizione.

L’esperienza esemplare e il sindacato sociale

Una dimensione inedita potrà e dovrà essere quella dell’esperienza esemplare. La fine del vecchio movimento operaio si porta dietro anche la fine dei suoi modelli. Non più il “modello tedesco” in cui si strutturano nazionalmente e in maniera possente,‭ ‬grandi sindacati,‭ ‬grandi partiti,‭ ‬grandi strutture di organizzazione sociale.‭ Oggi è più efficace scommettere su esperienze esemplari che, con la loro realtà materiale, rendano credibile un nuovo racconto. Emergency è una esperienza esemplare così come il recupero dei centri sequestrati alla mafia da parte di Libera. La fabbrica occupata Rimaflow è una esperienza esemplare che allude, chiaramente, a un’altra idea di economia e di solidarietà operaia. L’esempio permette di conferire nuova legittimità a idee che,‭ ‬altrimenti,‭ ‬verrebbero strozzate dalla retorica propagandistica.‭ ‬L’esperienza esemplare del mutuo soccorso, ad esempio, può servire a ricostruire un’idea moderna del sindacato fondata sulle origini,‭ ‬sulla solidarietà di classe,‭ ‬sulla centralità degli iscritti contro gli apparati e l’istituzionalizzazione cui ha portato,‭ ‬appunto,‭ ‬il‭ “‬modello‭ ‬tedesco‭”‬.

La coalizione sociale, se approfondita in questa direzione, è un progetto che non potrà non avere impatti sul modello sindacato fin qui conosciuto. La politicità della proposta, più che sulla forma-partito insiste proprio sulla forma-sindacato, sulla sua caducità e sulla necessità di ripensare ruolo e azione sociale. Il contrasto capitale-lavoro, infatti, non agisce più solo in sede di prestazione lavorativa, lì dove si dà lo scambio tra salario e ore di lavoro. La contraddizione è generalizzata a livello sociale, lo è ormai da molto tempo. La sfida diventa più complessiva e il sindacato, se vuole giocarla davvero, deve farsi “sociale” nel senso che deve rincorrere quella contraddizione e quello scontro in tutte le sue manifestazioni. E’ conflitto da rappresentare la crescita della disoccupazione, la generalizzazione di forme di lavoro “para” subordinato, la gestione del welfare (si pensi all’iniziativa di associazioni free-lance che il 24 aprile hanno individuato l’Inps come controparte).

Il punto di partenza imposto dalle sconfitte, rende vitale anche le esperienze di mutuo soccorso come luoghi in cui ricostruire fiducia e solidarietà di classe. “Case del mutuo soccorso” in analogia con le Case del popolo in cui si redigevano i primi statuti del mutualismo operaio: oggi è cambiato il tempo e il contesto e il mutualismo incorpora una dose necessaria di 2.0. Ma il meccanismo che sta alla base del mutuo riconoscimento è lo stesso. Così come serve un impegno straordinario nell’adottare una lotta, sostenendo chi è solo, sola in una dimensione particolare offrendo una rete di protezione collettiva. Il sindacato sociale è tutto questo e la coalizione sociale ne germina la nascita, ovviamente a condizione che i soggetti incaricati ne colgano il senso e la sfida.

Reddito, salario, debito

Fin qui la metodologia, e il contesto. Un simile progetto, però, alla fine sarà valutato esclusivamente per i contenuti, per la capacità di coinvolgimento e, anche, per i risultati che conseguirà. Un’ipotesi che si propone di riunire ciò che il capitale divide, di ricomporre settori diversi e di offrire loro una sede per ricostruire senso politico al proprio agire, dovrà dotarsi di un programma minimo che esemplifichi questa ambizione. L’idea di scrivere da capo uno Statuto dei lavoratori e delle lavoratrici acquista un valore politico essenziale se non diventa solo un espediente propagandistico per rispondere al Jobs Act di Matteo Renzi. Un nuovo Statuto deve insistere sulla radiografia del nostro campo avanzando una idea ricompositiva che inizi a riflettere sulla nozione di “subordinazione” del lavoro, di “dipendenza economica” al di là della forma contrattuale. L’estensione dei diritti, certi, indivisibili e universali, è una “offerta” politica che deve consentire il riconoscimento nella stessa cornice di classe per milioni e milioni di soggetti che invece si percepiscono differenti e, spesso, si collocano all’opposto (garantiti contro non garantiti, etc.).

In questo percorso un ruolo importante può averlo la riflessione sul reddito minimo garantito che, superando una diatriba storica, costituisca oggi il pavimento per una edificazione universale di diritti. Uno strumento per fondare non solo il diritto all’esistenza ma anche la libertà del e nel lavoro, fuori dalla ricattabilità e dalla solitudine sociale. Accanto al tema del reddito si pone anche quello del salario minimo legale che, senza erodere le garanzie dei contratti di lavoro, costituisca un argine al “minimo ribasso” del costo del lavoro. Il salario minimo legale e il reddito minimo sono strumenti per consentire, allo stesso, di sgranare la categoria del lavoro autonomo, spogliandola di posizioni indebite e costruendo, anche per questa via, una griglia di diritti esigibili anche per questo settore.

In una fase di economia della stagnazione, indicata ormai da molti economisti come la forma stabile della recessione globale, occorre pensare a soluzioni dirompenti sul piano sociale per poter riaprire il dibattito sulle alternative di società. La riduzione dell’orario di lavoro, la riqualificazione ecologica dei territori, la riforma, progressiva, del welfare state, iniziando a riproporre il sistema previdenziale come terreno unificante del lavoro con meccanismi di solidarietà intergenerazionale da ricostituire, costituiscono obiettivi minimi in questa direzione. Così come, sul piano delle risorse, una risposta netta alla questione del debito, vagliandone la parte illeggittima (Audit) e ribellandosi, così, alla logica estenuante del capitale finanziario. La Grecia sta provando a farlo. Segno che la proposta non è indicibile.

L’impossibile poetica della Fabbrica mondo targata Fiat

di Mattia Cinquegrani (da il manifesto del 30-08-2014)

recensione del libro C’era una volta la Fiat

«Esi­ste un mondo nel quale le per­sone non lasciano che le cose sem­pli­ce­mente acca­dano. Loro le fanno acca­dere. Senza abban­do­nare i pro­pri sogni fuori dalla porta, loro li rea­liz­zano e rischiano, per trac­ciare, ben evi­denti sul ter­reno, le pro­prie impronte. È un mondo nel quale ogni nuovo giorno e ogni nuovo cam­bia­mento offrono l’opportunità di costruire un futuro migliore». Il 6 mag­gio 2014 ad Auburn Hills, Ser­gio Mar­chionne – di fronte agli inve­sti­tori inter­na­zio­nali – decide di aprire la pre­sen­ta­zione della nuova Fiat-Chrysler Auto­mo­bi­lies con un breve com­po­ni­mento (dalla resa più banal­mente reto­rica che poe­tica). Inca­paci di ripro­porre la forza dello Yes we can di Barack Obama (ma incre­di­bil­mente simili al tono gigio­ne­sca­mente sognante del nostrano Mat­teo Renzi), nella loro scarsa ori­gi­na­lità, le parole del mana­ger italo-canadese accom­pa­gnano la caduta delle quo­ta­zioni bor­si­sti­che che inve­stono il titolo nelle gior­nate suc­ces­sive alla pre­sen­ta­zione.
D’altronde, gli obiet­tivi e le stra­te­gie pro­spet­tate da Mar­chionne per i diversi mar­chi che costi­tui­scono la nascente Fca ricor­dano, nel loro impra­ti­ca­bile otti­mi­smo, quelli imma­gi­nati pre­ce­den­te­mente per Fab­brica Ita­lia. Così, se la ristrut­tu­ra­zione azien­dale varata nel 2010 per lo sta­bi­li­mento Giam­bat­ti­sta Vico di Pomi­gliano d’Arco, sem­bra essersi rive­lata – nel man­cato rag­giun­gi­mento degli obiet­tivi pre­po­sti – una linea di rior­ga­niz­za­zione pro­dut­tiva e di poli­tica sin­da­cale, non pos­sono non sor­gere dubbi anche riguardo alla soli­dità del pro­getto Fab­brica Mondo.
Se anche nel pro­cesso di acqui­si­zione di Chry­sler, Mar­chionne ha otte­nuto, dal sin­da­cato ame­ri­cano Uaw, con­di­zioni lavo­ra­tive e retri­bu­tive tutt’altro che favo­re­voli per gli ope­rai dell’azienda, per pro­vare a imma­gi­nare cosa acca­drà nel futuro della Fca, biso­gna forse rileg­gere pro­prio la sto­ria del pro­getto Fab­brica Ita­lia e le tra­sfor­ma­zioni che hanno riguar­dato le con­di­zioni dei lavo­ra­tori, non­ché il ruolo del sin­da­cato all’interno dei diversi sta­bi­li­menti ita­liani.
È que­sta la sto­ria che Sal­va­tore Can­navò rac­conta in C’era una volta la Fiat. La nuova Fca e lo scon­tro di Mar­chionne con il sin­da­cato (Ale­gre, pp.126, euro 12) soprat­tutto guar­dando alla situa­zione della fab­brica auto­mo­bi­li­stica «con gli occhi di chi ci lavora e ci vive (e descri­vendo) la dura vita della fab­brica fatta di ritmi osses­sivi e di vere e pro­prie discri­mi­na­zioni». L’obiettivo, quindi, è di ridare visi­bi­lità a que­gli ope­rai che sono ora­mai stati quasi com­ple­ta­mente esi­liati dagli schermi tele­vi­sivi (e, di con­se­guenza, dall’immaginario col­let­tivo), ma che ancora fanno andare avanti la pro­du­zione auto­mo­bi­li­stica.
In que­sta edi­zione aggior­nata Can­navò inse­ri­sce una inte­res­sante intro­du­zione sulla nuova Fca e una appen­dice, a cura di Alberto Pic­ci­nini, sul lungo «con­ten­zioso giu­di­zia­rio che ha visto con­trap­porsi la Fiat alla Fiom» nel primo decen­nio del XXI Secolo. «Con­ten­zioso ampio ed arti­co­lato, non certo per­ché la Fiom abbia scelto di pri­vi­le­giare la “lotta giu­di­zia­ria” rispetto a quella sin­da­cale, ma solo per­ché la stra­te­gia del più grosso gruppo indu­striale ita­liano ha per­se­guito l’estromissione delle pro­prie fab­bri­che – prima fisica e poi giu­ri­dica – dei rap­pre­sen­tanti sin­da­cali, e per­sino degli iscritti, appar­ta­nenti a quell’organizzazione». La fina­lità del libro non è certo quella di demo­niz­zare il cosid­detto «Mira­colo Mar­chionne» o il suo arte­fice, ma di pro­vare a rime­diare alla quasi asso­luta indul­genza o accon­di­scen­denza dei media, per farne «un ritratto molto meno agio­gra­fico e più puntuale».

Renzi, il gioco delle tre carte sul lavoro

“Il ministero della magia e delle invenzioni”. Così, l’ex sindacalista Giorgio Airaudo, oggi parlamentare di Sel, definisce il ministero guidato da Giuliano Poletti alle prese con il rifinanziamento della cassa in deroga a cui mancano circa 2 miliardi. La definizione potrebbe però essere estesa all’intero governo Renzi se si osserva la distanza tra le (solite) promesse fatte e le misure avviate. L’esecutivo in carica si presentò annunciando la creazione di un milione di posti di lavoro. La contabilità segue invece la traiettoria del gambero. Se si guardano le principali vertenzein corso si presenta uno scenario autunnale disastroso. All’Eni di Gela sono a rischio 3500 posti di lavoro, l’Alitalia si appresta a mettere in mobilità 2. 200 dipendenti, l’Ast di Terni dichiara 550 esuberi. Ma ci sono anche i 1000 posti alla De Tomaso, i 1800 (più mille) alla Teleperfomance di Taranto, i 450 della Ideal Standard e alcune altre migliaia disperse tra aziende minori.

A fronte di questi dati, il governo vanta la firma di “24 nuovi contratti di sviluppo” per circa 25 mila posti di lavoro che però mescolano nuova occupazione con salvaguardia di lavoro a rischio. La situazione si complica se si prende in considerazione la cassa in deroga. Lo strumento, finanziato con la fiscalità generale e certamente da riformare, ha costituito una misura-tampone per fronteggiare le tante crisi industriali su cui non si è voluto intervenire con una politica adeguata. I 400 milioni che il ministro Poletti assicura di aver trovato si riferiscono ai soldi mancanti per il 2013. Poi, ci sono circa1, 5 miliardi per il 2014.

I sindacati, che in questi giorni stanno tenendo un presidio a Montecitorio, sostengono che a rischiare sono almeno 60 mila lavoratori. La beffa consiste nel fatto che per rifinanziare la cassa in deroga potrebbero essere utilizzati i fondi stanziati a suo tempo dal governo Letta per i giovani. Quei 100 mila nuovi posti per dipendenti entro i 29 anni le cui assunzioni venivano incentivate con l’abbattimento degli oneri sociali. L’obiettivo era creare 100 mila posti di lavoro; ne sono stati creati 22 mila. La differenza dovrebbe andare a tamponare possibili licenziamenti in un perverso Risiko della disperazione. Allo stesso tempo, il governo Renzi ha deciso di puntare tutto sulla Youth Guarantee europea annunciando “900 mila nuovi posti di lavoro” in un anno. A tre mesi dal varo del programma europeo, però, lo stesso ministero rende noto che i giovani registratisi sono 129. 322, 6. 907 hanno già ricevuto il primo colloquio di orientamento e 4.707 le occasioni di lavoro offerte. Prima di arrivare a un milione potrebbero passare 55 anni.

Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2014

I pifferai incantano ancora. Intervista a Wu Ming

(da Il Fatto quotidiano del 7 luglio)

Centocinquanta presentazioni in quello che hanno battezzato Révolution touR. Sale strapiene. I Wu Ming sono tornati. «Ogni due o tre anni qualche trombone ci dichiara morti ma siamo ancora qui, resistiamo da quasi venti anni. Abbiamo cominciato nel 1995». Wu Ming 1 lo incontriamo a Roma, nel quartiere San Lorenzo, prima di due presentazioni consecutive, una al centro Casetta Rossa della Garbatella e l’altra a Strike. Quando ha presentato il volume, la prima volta, al centro Communia, ad ascoltarli c’erano più di duecento persone. Per la presentazione di un libro non è uno spettacolo frequente. Il loro ultimo lavoro, L’Armata dei sonnambuli , dedicato allo scrittore bolognese Stefano Tassinari, morto due anni fa e riferimento degli scrittori “impegnati” di quella città, è ambientato nel cuore della Rivoluzione francese, raccontato con il linguaggio del popolo, basato sul protagonismo delle donne, la forza della rivoluzione ma anche della controrivoluzione suscita un coinvolgimento che oltrepassa la letteratura e sconfina nella politica. «C’era molta attesa su questo lavoro. Si sapeva che avremmo scritto del Terrore rivoluzionario. Mentre lavoravamo al libro, si è tornato a parlare di Rivoluzione francese, la ghigliottina è entrata di nuovo nel linguaggio politico. Anche Berlusconi si è messo a citare Robespierre e Marat. Abbiamo intercettato un flusso di immaginario collettivo e la partecipazione alle presentazioni, oltre che le vendite del libro, lo dimostrano.»

Chi sono i sonnambuli?

Nel libro, l’Armata dei Sonnambuli è una banda armata fascista ante litteram. Le elucubrazioni del suo capo echeggiano, con un anacronismo voluto, la retorica della destra radicale del ’900. C’è Evola, c’è Codreanu. C’è Gentile. Ma più in generale, nei sonnambulizzati ognuno può vedere tante cose del nostro presente. Le masse irretite, l’opinione pubblica addomesticata, il controllo delle menti…

Parliamo anche dei “grillini”? Voi avete condotto una battaglia netta contro il grillismo.

Sonnambuli sono quelli che vanno dietro al pifferaio di turno, lasciandosi suggestionare dal “carisma”. C’è gente che segue Grillo qualunque musica esca dal suo piffero. Ma di pifferai in giro ce ne sono tanti, e quindi anche di sonnambuli.

C’entra anche Renzi?

Renzi è senz’altro un pifferaio. Occupa una precisa casella nell’ordine simbolico, la casella del «Ci vuole quello lì». Prima per molti era occupata da Berlusconi, poi da Grillo, adesso spopola Renzi. “Quello lì” è il capo senza il quale il Paese sembra incapace di parlare di sé stesso. C’era anche nel “popolo comunista” un culto del capo, una visione acritica e fideistica di figure come Togliatti e Berlinguer. Se uno guarda a come si è ridotta la base residua del vecchio Pci, a quello che ne è rimasto, e guarda indietro, si accorge che c’era già molto sonnambulismo, ad esempio nel pensare che «il segretario ha sempre ragione». Oggi il segretario è Renzi, che eredita anche quel sonnambulismo.

Renzi però non è l’espressione di quel vecchio Pci.

Renzi è un cocktail, un miscuglio eterogeneo di molte cose, c’è molta “gioventù democristiana” ma anche molto divismo, molta della celebrity culture che permea le generazioni più recenti. Ma si afferma, almeno per ora, in un Paese che ha sempre avuto il culto del capo, un culto trasversale per capi diversissimi tra loro (Mussolini, Togliatti, Berlusconi), comunque sempre per “quello lì”, mister “ci vuole lui”, il personaggio senza il quale il discorso pubblico sembrava non potesse articolarsi.

Il capo sarebbe oggi il leader.

Sì, ma il triste ritornello del «ci vuole un leader», «manca un leader», «Tizio non è un vero leader» ha fatto breccia a sinistra proprio perché il vecchio “popolo comunista” aveva già quell’impostazione. Non è solo un portato della “politica-spettacolo televisiva”, della “americanizzazione delle campagne elettorali” e quant’altro. La questione è più complessa, e andrebbe storicizzata.

Qual è l’antidoto al sonnambulismo?

La partecipazione che si realizza delegando il meno possibile. Responsabilizzazione, autogoverno. Se si guarda al movimento No Tav ci si accorge che non ha leader riconoscibili, non ha culto del capo. I media mainstream hanno provato a isolare Perino, a descriverlo come un capo per poterlo sbranare, ma hanno fallito perché il movimento NoTav non funziona così e non ha mai offerto all’altare sacrificale il leader da fare a pezzi. Errore che invece fecero, a inizio millennio, le varie correnti del movimento impropriamente chiamato “no-global”.

Eppure i No Tav votano Grillo.

E’ un segnale che hanno dato sul terreno elettorale, mantenendo intatta la loro autonomia sul territorio. In Valle è il movimento No Tav a battere il tempo, e i partiti (M5S compreso) devono adeguarsi: pro o contro. Ed è facile verificare che da quelle parti il M5S ha avuto i voti ma quanto a radicamento è davvero poca cosa.

Tornando al libro, come opera e da chi è contrastata l’Armata dei sonnambuli?

Si forma dopo Termidoro, nel momento della “svolta a destra” della Rivoluzione. Sguazza nel caos delle vendette contro i giacobini, ma con un disegno tutto suo che lascio scoprire ai lettori.

Il libro propone quindi l’attualità della rivoluzione?

Tutti i nostri libri parlano, da Q. in avanti, di rivoluzione, della sua possibilità, di come si sopravvive alla rivoluzione e alla controrivoluzione.

C’è però chi vi accusa di fare propaganda, di redigere dei pamphlet.

Basta leggere un nostro libro per smontare queste stupidaggini, dette da chi non si è mai minimamente informato sul nostro conto. Di romanzi a tesi non ne abbiamo scritti mai, come non abbiamo mai fatto sconti ai rivoluzionari. Ci piacciono troppo la complessità e la molteplicità. Noi scriviamo liberamente. La politicità dei nostri romanzi non sta nello scrivere un romanzo a chiave in cui c’è un rapporto diretto tra la trama del romanzo e ciò che accade nel presente. Cerchiamo di prendere la rivoluzione da tutti i lati possibili, farne vedere anche lo scabroso o il velleitario senza farne mai una facile apologia.

Con questo libro fate un uso accurato delle fonti storiche e in particolare del linguaggio. Come nasce questa scelta?

La citazione diretta dei documenti serve anche a compensare la fiction estrema di cui il romanzo si nutre. È stato un modo per ancorare il romanzo a un certo rigore (anche se verso la fine le fonti sono mischiate con la finzione, in un gioco quasi alla Borges). Per quanto riguarda il linguaggio è stata un’operazione ambiziosa. Bisognava costruire una lingua che restituisse lo sguardo popolare sugli eventi. Ci serviva la lingua del “popolo basso” con tutti i suoi stati d’animo, in grado di raccontare situazioni tragiche e scene comiche. Per quanto all’inizio possa sembrare bizzarra, abbiamo cercato di costruire una coerenza di impianto.

Voi utilizzate molte frasi e idiomi assolutamente non convenzionali, parole come “soquanti”, “negoddio”…

La prima viene dall’emiliano, la seconda dal dizionario di Michel Biard Parlez-vous sans-culotte? Abbiamo preso veri modi di dire dell’epoca, adattandoli all’italiano, poi abbiamo “riportato tutto a casa”, al nostro dizionario sentimentale, quindi con molti prestiti e ricalchi dai dialetti emiliani (bolognese e ferrarese), cercando di “scaldare” la lingua.

I Wu Ming hanno sempre scritto romanzi storici. È finita questa fase?

Continueremo a lavorare sulla storia ma il filone cominciato con Q finisce con l’Armata dei sonnambuli. Le nostre narrazioni avranno sempre a che fare con la storia ma vogliamo azzardare altre cose. Adesso stiamo scrivendo un libro per bambini, e l’anno prossimo usciamo con un libro di storie vere della Prima guerra mondiale. Singolarmente, io sto lavorando a un libro sui No Tav, anzi, sulla Val di Susa.

A che punto siete oggi, come collettivo?

Certamente non siamo più solo scrittori, ad esempio siamo diventati anche una rock band, Wu Ming Contingent (due di noi più due amici musicisti) e le collaborazioni con artisti di altre discipline sono importanti quanto i romanzi. Intorno a noi c’è una nube quantica di narrazioni portate avanti non solo con gli strumenti della letteratura. Musica, teatro, illusionismo, arti grafiche… L’obiettivo è raccontare storie con ogni mezzo necessario. Il nostro blog, Giap, non è più solo “il blog di Wu Ming” ma una comunità di lettori, in grado di fare inchiesta con una comunicazione in rete che sfrutta le potenzialità dei social network, in primis Twitter. Quello che facciamo è diventato molto più grande e complesso. Il romanzo non è più il centro di tutto, ma è vero che quando esce un nostro nuovo romanzo diventa una specie di “pietra miliare”, nel senso che ti dice a quale chilometro siamo arrivati.

L’Armata, dicevamo prima, è un romanzo sulla Rivoluzione. Vista come e da dove?

Dal basso, e da punti di vista inattesi, spiazzanti, come quelli dei magnetisti, quelli dei folli, o quello di un attore di teatro italiano. Una delle cose a cui tenevamo di più era raccontare il protagonismo delle donne nella rivoluzione francese. Le donne erano in prima fila, molto spesso erano le più radicali e i club rivoluzionari femministi (anche qui ante litteram) hanno posto una minaccia seria e furono sciolti nell’autunno del 1793.

Quindi è anche un romanzo “femminista”?

Sicuramente la questione di genere, dei generi, è centrale.

Qual è stata l’intuizione originaria?

Raccontare le gesta di un supereroe, Scaramouche in guerra contro i reazionari. Poi è venuto il resto, specialmente quando abbiamo scoperto gli scritti sul magnetismo.

Robespierre è un personaggio positivo?

E’ stato diffamato in tutti i modi, presentato come un pazzo assettato di sangue. Il Terrore è stato raccontato come uno “sbroccare” suo e di pochi suoi accoliti. In realtà cercò di mediare e incanalare nella politica le istanze radicali che venivano dal basso, il Terrore era chiesto dal popolo di Parigi. Oggi lo chiameremmo un “pompiere”, comunque il popolo di Parigi gli volle bene, e cercò di difenderlo.

E Marat?

Era il più benvoluto di tutti. Per questi uomini, la definizione di pazzi o sanguinari è stato sempre un modo per spoliticizzarli, per toglierli dal contesto in cui agirono. Fecero certamente errori, ma bisogna ricordare che in quei giorni era tutto “ex novo”, certe esperienze si facevano per la prima volta nella storia dell’umanità. Nessuno di loro era preparato. Le rivoluzioni falliscono ancora oggi, figuriamoci allora.

È ancora attuale la Rivoluzione francese?

Sì, e sta anche tornando centrale. Un anno di svolta è il 2011. Le primavere arabe hanno riattivato un discorso, quello dello spodestamento dei tiranni, che fatalmente ti fa ritornare là.

Vale anche per società occidentali e democratiche, dove non c’è il tiranno?

Non c’è il tiranno, ma c’è parecchia tirannide. E ci sono molte armate di sonnambuli in azione.