Un lucido lamento disperato per la fine della sinistra. I Diari di Bruno Trentin appena pubblicati, a dieci anni dalla sua morte, dalla casa editrice della Cgil (Bruno Trentin, Diari 1988-1994,Ediesse, 510 pg.) restituiscono le angosce psico-fisiche di un dirigente sindacale che incorpora, anche nella depressione, il cambio d’epoca e lo smarrimento della sinistra.

Il crollo del muro di Berlino, la fine dell’Urss, lo scioglimento del Pci, Tangentopoli, la crisi valutaria, la morte di Falcone e Borsellino, l’avvento di Silvio Berlusconi. Il fiato non basta a leggere in sequenza gli avvenimenti storici che si accavallano in quei cinque anni. L’allora segretario della Cgil, chiamato a dirigere il sindacato nel pieno di una crisi e dall’alto di una storia che lo aveva portato, da segretario della Fiom, a guidare l’autunno caldo, ne scrive in modo doloroso nei diari, pubblicati su iniziativa della compagna, Marcelle Padovani (Marie) e grazie al lavoro della Fondazione Di Vittorio della Cgil e di Iginio Ariemma.

Il libro si è già segnalato alle cronache soprattutto per i giudizi impietosi su alcuni personaggi. Dall’ “isteria e rancore monomaniaco” di Achille Occhetto, di cui si sottolinea a più riprese “la povertà culturale” al “lucido ed equilibrato” Massimo D’Alema che “sarà un buon segretario, ma non un riformatore” anche perché “i progetti non lo interessano se non sono la giustificazione di un agire politico”; dall’“avventurismo mascalzonesco” di Fausto Bertinotti con il suo “movimentismo parolaio”, al “vuoto progettuale” di Giorgio Napolitano; dalla “forsennata ambizione” di Giuliano Amato fino alla cultura da “mercanti di tappeti” di Cisl e Uil. Va meglio a Romano Prodi e al suo “corrucciato narcisismo”, molto peggio all’ex Governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, “meschino e avido commis del capitale e traditore dello Stato”. Non si salva la Cgil dove Luciano Lama agita “una guerra per bande”, né l’amico Pietro Ingrao, i cui discorsi “attestano un dilettantismo retorico e narcisistico e sono anche un mio fallimento come quello di tutta una generazione”. Viene coinvolta anche Rossana Rossanda con i suoi “penosi balbettii”.

Il rancore amaro, non pensato per la pubblicazione, esprime la disperazione, letterale, per una sinistra immersa in “una cultura politica meschina (…) l’altra faccia, laida, dello sgretolamento del sistema comunista nell’Europa dell’Est, la vanificazione grottesca di decenni di lotte, di sacrifici, di lutti, di odi e passioni”. Trentin sente la crisi storica del movimento operaio: “Questi 40 anni che sono tutta la mia vita e prima ancora gli anni che vanno dalla prima guerra mondiale ad oggi sono stati irrimediabilmente perduti per tre quattro generazioni”. Di fronte al tracollo a Est si rende conto che “ciò che non sarà mai più come prima è la possibilità di contare sulla fiducia di milioni di uomini e di donne nell’ineluttabilità della storia”.

Solo un’altra testimonianza, ben più tragica, ha fatto coincidere così esattamente la disperazione politica per la fine di una utopia con quella esistenziale, il suicidio di Lucio Magri. Anche Trentin ha desideri di morte – “mi pare di dovermi gettare ai margini di un sentiero e morire” -, ma resta immerso nella depressione, appena dilatata dalla bellezza delle scalate in montagna e dalla montagna, letterale, di libri che legge e cita in continuazione, anche in inglese e francese.

La lettura imponente è la prova vivente dell’assillo: la soluzione alla crisi è il progetto, la discussione sull’identità e sui programmi. A Occhetto che vuole “solo cambiare il nome, poi si vedrà” propone una Conferenza programmatica, scelta che le “anime morte del Pds” non sono in grado di affrontare. Diverso sarà nella Cgil nonostante “l’involuzione morale”, i “giochetti politici” del capo della componente socialista, Ottaviano Del Turco, o la “demagogia delirante” di Fausto Bertinotti, il più citato nei diari.

Qui l’azione di messa “in salvo” passa per lo scioglimento delle componenti partitiche e per un dibattito interno rimodulato sul “programma”. Sarà questo a stabilire maggioranze e minoranze. E sul programma Trentin guarda alla Rivoluzione francese, al primato della “libertà” sulla “uguaglianza”. Più Robespierre che Marx anche se la tematica democratica va legata al movimento operaio in un binomio di valori. Nasce il “sindacato dei diritti” e, in pieno travaglio comunista per il cambio del nome, propone a Occhetto “il Partito del Lavoro”. Non sarà ascoltato e l’ex segretario del Pci, scrive Trentin, collocherà il Pds “alla destra di Craxi”.

Della controversa firma nel luglio ‘92, all’accordo sulla scala mobile e della paura di essere additato come responsabile del fallimento finanziario del Paese, si è già scritto molto. Meno dei giudizi dati sui protagonisti: la “miseria” di Amato e del suo “squallido” governo, Luigi Abete, “democristiano, piccolo capitalista assistito”, la “miseria delle reazioni elettoralistiche di gran parte del Pds”.

Ma al di là del lascito sindacale, con errori e contraddizioni, i Diari restituiscono più ampia la dimensione culturale, etica e intellettuale di un dirigente che ha intravisto inascoltato una crisi e una strada da intraprendere, quella della ricerca progettuale. Nessuna delle forze nate in quel bivio storico l’ha mai tentata. Non è un caso se la sinistra oggi non esista praticamente più.

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