Un’interessante ricerca compiuta dall’Associazione Bruno Trentin sui “professionisti” in Italia. Si sentono dei lavoratori autonomi ma colgono la perdita di reddito e di garanzie. A partire dalla pensione. Un punto, questo, su cui vale la pena seguire quanto sta organizzando la Coalizione 27 febbraio

Non chiamateli precari ma lavoratori autonomi. È quanto affermano i 3,4 milioni circa di professionisti italiani che la Cgil ha sondato nella ricerca a cura dell’Associazione Bruno Trentin. Un lavoro durato 9 mesi con 2210 risposte al questionario e poi ponderate ex post. Un segnale, per il sindacato di Susanna Camusso che ha presentato la ricerca insieme al responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, dell’intenzione di occuparsi di altre tipologie lavorative oltre il lavoro dipendente.

Il risultato principale della ricerca, del resto, dice proprio che queste figure professionali tengono molto alla loro identità di “professionisti-autonomi” (68,5%) specificando, però, “con scarse tutele”. Solo il 13,6% si definisce “un lavoratore dipendente non regolarizzato”, percentuale che, in ogni caso, equivale a mezzo milione di persone.
La ricerca – che non considera i professionisti imprenditori con dipendenti – ha strutturato 15 macro-aree categoriali in cui si ritrovano gli avvocati, i servizi alle aziende, la cultura e spettacoli, l’informazione e l’editoria, e via dicendo. Una mappatura di un mondo professionale che oggi è, più o meno, rappresentato da 85 associazioni e che è collocato in 27 professioni regolamentate. È il mondo che comunemente viene definito “popolo delle partite Iva” visto che il 74% lavora con questa tipologia fiscale (2,5 milioni di unità) mentre solo il 18% si definisce “parasubordinato”.
L’incidenza della partita Iva è riscontrabile dagli altri dati dell’indagine. La metà circa lavora con più committenti, mentre il 17% ha un solo committente e il 33% un rapporto variegato di cui uno principale. Questo dato è importante per cogliere il carattere di maggior o minore dipendenza dei professionisti. La percentuale con monocommittenza equivale a quella di chi si definisce parasubordinato e ritorna (17%) quando si passa a vagliare il grado di “autonomia”. Il 47%, infatti, dichiara di averne una “alta” mentre il 17% di non averne nessuna e il 16% la definisce “bassa”.
Dipendenza dal committente e autonomia lavorativa (che significa poter determinare gli orari e il luogo di lavoro) costituiscono le coordinate essenziali per misurare l’effettiva indipendenza del lavoro e, nei dati offerti dalla Cgil, la fisionomia del lavoro professionale appare abbastanza chiara. Metà dei professionisti sembra vivere condizioni di effettiva indipendenza mentre l’altra metà vive per una parte (il 17-18%) in condizioni di lavoro dipendente mascherato e per un’altra parte, circa il 30%, in una zona grigia in cui il lavoro autonomo fa fatica ad affermarsi come tale.
Lo si riscontra nel reddito. Il 47%, infatti, dichiara redditi al di sotto dei 15 mila euro, soglia superata dal restante 53% anche se solo il 21,7% supera i 30 mila euro annui. Anche per questo, quindi, si può comprendere la risposta alla domanda su come si vuole essere percepiti: “Lavoratori autonomi ma con scarse tutele”.
Rispetto al futuro, la metà del campione (51%) “punta ad avere una maggiore continuità occupazionale con più tutele”, uno su tre (34%) ad avere un compenso più elevato. Le richieste al sindacato, o alle associazioni professionali (a cui è iscritto il 42% del campione), riguardano innanzitutto la riforma del sistema previdenziale considerata come “l’azione più importante”, seguita da quelle per ottenere un regime agevolato per i redditi più bassi. Per il 79,6%, inoltre, sarebbe utile istituire un equo compenso in relazione al valore della prestazione sotto il quale il datore di lavoro non deve scendere.
Anche in questa classifica, infine, ci sono quelli che stanno peggio. Le categorie in cui è più alta la definizione di lavoro “parasubordinato”, tra il 30 e il 40%, sono quelle di “cultura e spettacolo”, “formazione”, “informazione-editoria”. Sono le stesse con i redditi più bassi e con l’autonomia più bassa e che più vorrebbero avere un lavoro stabile con un contratto a tempo indeterminato.

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