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Il blog di Salvatore Cannavò

~ Idee e analisi

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Archivi Mensili: aprile 2015

Tempo di coalizioni, come quella che va all’Inps

27 lunedì Apr 2015

Posted by scannavo in Senza categoria

≈ Commenti disabilitati su Tempo di coalizioni, come quella che va all’Inps

Questa iniziativa della “Coalizione 27 febbraio” è importante per almeno due ragioni. La prima è che dimostra che è tempo di “coalizioni”: quella sociale proposta dalla Fiom, quelle di scopo, come questa illustrata qui sotto nei suoi primi obiettivi, le altre che si costruiscono territorialmente. E’ tempo di “coalizioni” perché in una fase di crisi come questa nessuno può pensare di farcela da solo o da sola. Basti pensare all’esito dello scontro della Cgil contro Matteo Renzi, perso dal sindacato anche per incapacità ad allargare la propria base di azione. La seconda ragione è che la questione dell’Inps sarà sempre più centrale nelle preoccupazioni e nelle mobilitazioni di migliaia di lavoratori e lavoratrici. Un effetto evidente della crisi è che la perdita di posti di lavoro produce una flessione drastica dei contributi che devono sostenere la spesa previdenziale. Senza un ragionamento collettivo, e unitario, tra tutte le categorie che vivono del proprio lavoro, non ci sarà mai una via d’uscita. E, a sua volta, una via d’uscita non potrà che essere cooperativa e basata sulla solidarietà intra-generazionale. Per questo il “primo passo” cui allude la Coalizione 27 febbraio non riguarda solo lavoratori e lavoratrici freelance o comunque “non dipendenti” ma riguarda tutti.
p.s. a colleghi e colleghe giornalist@: benché iscritti-e all’Inpgi, questo discorso vale anche per noi.

La “Coalizione 27 febbraio” incontra il presidente Boeri
Un primo passo per l’equità previdenziale e l’estensione universale del welfare

Incontro importante quello che si è svolto stamane presso la Direzione generale dell’INPS, al seguito dello Speakers’ Corner che ha visto raccolti oltre 200 tra professionisti atipici e ordinisti, lavoratori parasubordinati, precari della ricerca, studenti e iscritti al programma Garanzia Giovani: una delegazione della “Coalizione 27 febbraio” è stata ricevuta dal presidente Tito Boeri, e da Luciano Busacca (responsabile Segreteria generale della presidenza), Luca Sabatini (Direzione centrale prestazioni sostegno al reddito), Isabella Rota Baldini (portavoce del Presidente).

L’incontro è stato occasione utile per presentare nel dettaglio le pretese elaborate dalla “Coalizione 27 febbraio” e poi raccolte, attraverso la Call pubblica, nella Lettera aperta rivolta al presidente Boeri e diffusa a mezzo stampa. Il presidente ha mostrato interesse e risposto nel merito, illustrando il percorso che porterà l’INPS, entro giugno, ad avanzare a Governo e Parlamento precise proposte di riforma del sistema assistenziale e previdenziale. In particolare ha chiarito che in tempi brevissimi (lunedì 27 aprile) sarà operativa la circolare relativa alla DIS-COLL e dunque verranno erogate le indennità ai parasubordinati che sono senza lavoro dal primo gennaio 2015. L’INPS si impegna a erogare tempestivamente – sul piano nazionale e nella Regione Lazio – le indennità per i tirocini svolti dagli iscritti al programma Garanzia Giovani; l’INPS ha inoltre precisato che alla data del 20 aprile 2015 l’istituto aveva già erogato l’indennità a favore del 92% dei tirocinanti i cui nominativi sono stati inoltrati all’INPS da parte delle regioni. Esprimendo sintonia con l’esigenza di estendere universalmente il reddito di base, nella sua proposta, l’INPS, per una questione legata alle risorse reperibili per la copertura economica, proporrà di introdurre tale prestazione solo per i lavoratori sopra i 55 anni. L’INPS auspica che le casse previdenziali degli ordini che non lo hanno ancora fatto riprendano e realizzino l'”operazione trasparenza” nella previsione dei trattamenti pensionistici futuri. L’INPS si impegna a prendere seriamente in considerazione le proposte relative all’estensione degli ammortizzatori sociali alle partite Iva e ai professionisti atipici.

La “Coalizione 27 febbraio” ritiene positivi gli esiti della mobilitazione, sarà attenta nel verificare il rispetto degli impegni presi dalla Presidenza e rilancia i prossimi appuntamenti di lotta per l’equità previdenziale, la sostenibilità fiscale, il welfare universale.

Coalizione 27 febbraio

(ACTA, ADU – Associazione degli avvocati Difensori d’Ufficio, ANAI – Associazione Nazionale Archivistica Italiana, Archivisti in Movimento, Assoarching, Associazione delle guide turistiche, Camere del Lavoro Autonomo e Precario – CLAP, Comitato per l’Equita Fiscale, Comitato Professioni Tecniche – Ingegneri e Architetti, F.N.P.I. – Federazione Nazionale Parafarmacie Italiane, Geomobilitati – Geometri, IVA sei Partita, Inarcassa Insostenibile, Intermittenti della Ricerca – Roma, MGA – Mobilitazione Generale degli Avvocati, Rete della Conoscenza, Sciopero Sociale – Roma, Stampa Romana)

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L’uomo che sussurra a Tsipras di annullare il debito

23 giovedì Apr 2015

Posted by scannavo in Senza categoria

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L’intervista integrale a Eric Toussaint, presidente del Cadtm e coordinatore scientifico della Commissione per l’Audit sul debito istituita dal Parlamento greco, è pubblicata sul Fatto quotidiano del 23 aprile

In Grecia la stampa avversa al governo lo ha soprannominato “l’uomo con i sandali”. Eric Toussaint, presidente del Cadtm (Comitato per l’annullamento del debito al Terzo mondo) ha in effetti un aspetto molto francescano anche se ci riceve in un elegante albergo del centro di Roma. In Italia è giunto al seguito della presidente del Parlamento greco, Zoe Konstantopoulou, che l’ha nominato coordinatore scientifico della Commissione greca per un audit sul debito pubblico, una indagine accurata sull’effettiva quantità dei debiti della Grecia, ma soprattutto sulla loro natura. L’obiettivo politico è quello di mettere in discussione il debito stesso, o almeno una sua parte. Un’operazione che spaventa l’Unione europea ma che invece in Grecia è diventata ormai materia di dibattito politico.
“All’insediamento della Commissione che ho l’onore di coordinare” spiega Toussaint, “l’intervento di maggior sostegno è stato fatto dal presidente della Repubblica, Prokopis Paulopoulos”. Un conservatore di Nuova Democrazia eletto con il sostegno di Syriza e che, nel suo intervento, ha messo l’accento sulla necessità di rispettare la sovranità degli Stati. “I lavori della Commissione sono stati trasmessi in diretta tv per tutti i tre giorni della loro durata”, continua il presidente del Cadtm. “C’è stata la presenza di Alexis Tsipras e di 14 tra ministri e viceministri, tra cui Yanis Varoufakis, il potente e mediatico ministro dell’Economia che ha promesso ‘tutto l’appoggio’ del suo ministero.

Toussaint ha una certa esperienza di audit del debito pubblico. Lo va proponendo da almeno un decennio e l’ha messo in pratica in Ecuador, offrendo consulenza al governo di Rafael Correa che ha disconosciuto 7 miliardi di dollari di debito estero.

(il testo integrale sul Fatto del 23 aprile)

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Marchionne, la fine del salario come variabile indipendente

17 venerdì Apr 2015

Posted by scannavo in Senza categoria

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Sergio Marchionne ha proposto, e Fim, Uilm, Ugl e Fismic accettato, una nuova politica retributiva in Fca, ex Fiat. Gli aumenti salariali diverranno, di fatto, variabili, legati all’andamento dell’azienda. Il contratto diventa così uno solo comprensivo di orari, retribuzione, mansioni e inquadramenti. Si chiude un cerchio cominciato a Pomigliano nel 2010. Qui il mio commento per il Fatto quotidiano

C’è stato un tempo in cui nel movimento sindacale vigeva una regola d’oro: il salario come variabile indipendente. I livelli retributivi e gli aumenti conseguenti dovevano corrispondere a un “elemento esterno fisso”, come i livelli minimi di sussistenza, che ponevano i salari in una posizione rigida rispetto ai profitti.

Stiamo parlando degli anni Sessanta, in cui questi discorsi animavano il dibattito tra economisti come Claudio Napoleoni e Piero Sraffa. E nel vivo del decennio che stava incubando la riscossa operaia, quelle tesi permeavano il dibattito della Cgil dove andava affermandosi la leadership di un dirigente come Luciano Lama che sul tema del “salario variabile indipendente” aveva deciso di spendersi. Nel bene e nel male, come dimostreranno i fatti successivi.

I rinnovi contrattuali del ‘69, che danno origine al famigerato “autunno caldo”, si svolgono all’insegna di “aumenti uguali per tutti”, relegando il “cottimo” a una fascia sempre più residuale. Quella impostazione, che punta a conseguire una struttura del salario rigida e garantita ai lavoratori, trova l’apice nel cuore degli anni 70 quando, proprio Luciano Lama, ormai segretario della Cgil, e il presidente di Confindustria, Gianni Agnelli, firmano l’accordo sul “punto unico di contingenza”. Si trattò dell’unificazione del valore uninominale del valore della contingenza che misurava l’aumento determinato dalla scala mobile (in vigore dal dopoguerra) mentre prima c’erano valori diversi a seconda della categoria o della qualifica. Le variazioni percentuali degli aumenti salariali furono molto più forti e secondo molti furono all’origine della spinta inflazionalistica.

Sarà Luciano Lama, nel 1978, a definire “una fesseria” la formula del salario variabile indipendente. Con la “svolta dell’Eur” inizia quella che fu definita la “politica dei sacrifici” e quindi della moderazione salariale. Niente, però, a confronto alla soppressione dei punti di contingenza sulla scala mobile, realizzata dall’allora governo Craxi nel 1984, quando si crea la grande frattura a sinistra e il massimo scontro tra il Pci di Enrico Berlinguer e il Psi craxiano. Il referendum del 1985, darà ragione a Craxi segnando tutta la vicenda sindacale a venire.

Il 1993 costituisce un nuovo spartiacque. La scala mobile viene definitivamente archiviata e con gli accordi di concertazione firmati da Cgil, Cisl e Uil si passa agli aumenti contrattuali sulla base dell’inflazione programmata. Un modo per contenere, in ossequio ai dettami di Maastricht, gli aumenti salariali. Il sistema dell’inflazione programmata finirà, poi, nel 2009, con l’accordo separato firmato da Cisl, Uil e Ugl con il governo di Silvio Berlusconi che istituirà un nuovo indice, l’Ipca.

Intanto, però, Sergio Marchionne ha già messo in moto la crisi del contratto nazionale dei metalmeccanici uscendo da Confindustria e realizzando il contratto Fiat. La novità di ieri si colloca in questa strategia e fa il paio con il salto all’indietro, anch’esso al 1969, compiuto dal governo Renzi sull’articolo 18 e lo Statuto dei lavoratori. Una fase si sta chiudendo per il movimento operaio e sindacale e quello che ne è più consapevole, oggi, è proprio Marchionne.

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Non chiamateli precari ma vogliono più garanzie

16 giovedì Apr 2015

Posted by scannavo in Senza categoria

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Un’interessante ricerca compiuta dall’Associazione Bruno Trentin sui “professionisti” in Italia. Si sentono dei lavoratori autonomi ma colgono la perdita di reddito e di garanzie. A partire dalla pensione. Un punto, questo, su cui vale la pena seguire quanto sta organizzando la Coalizione 27 febbraio

Non chiamateli precari ma lavoratori autonomi. È quanto affermano i 3,4 milioni circa di professionisti italiani che la Cgil ha sondato nella ricerca a cura dell’Associazione Bruno Trentin. Un lavoro durato 9 mesi con 2210 risposte al questionario e poi ponderate ex post. Un segnale, per il sindacato di Susanna Camusso che ha presentato la ricerca insieme al responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, dell’intenzione di occuparsi di altre tipologie lavorative oltre il lavoro dipendente.

Il risultato principale della ricerca, del resto, dice proprio che queste figure professionali tengono molto alla loro identità di “professionisti-autonomi” (68,5%) specificando, però, “con scarse tutele”. Solo il 13,6% si definisce “un lavoratore dipendente non regolarizzato”, percentuale che, in ogni caso, equivale a mezzo milione di persone.
La ricerca – che non considera i professionisti imprenditori con dipendenti – ha strutturato 15 macro-aree categoriali in cui si ritrovano gli avvocati, i servizi alle aziende, la cultura e spettacoli, l’informazione e l’editoria, e via dicendo. Una mappatura di un mondo professionale che oggi è, più o meno, rappresentato da 85 associazioni e che è collocato in 27 professioni regolamentate. È il mondo che comunemente viene definito “popolo delle partite Iva” visto che il 74% lavora con questa tipologia fiscale (2,5 milioni di unità) mentre solo il 18% si definisce “parasubordinato”.
L’incidenza della partita Iva è riscontrabile dagli altri dati dell’indagine. La metà circa lavora con più committenti, mentre il 17% ha un solo committente e il 33% un rapporto variegato di cui uno principale. Questo dato è importante per cogliere il carattere di maggior o minore dipendenza dei professionisti. La percentuale con monocommittenza equivale a quella di chi si definisce parasubordinato e ritorna (17%) quando si passa a vagliare il grado di “autonomia”. Il 47%, infatti, dichiara di averne una “alta” mentre il 17% di non averne nessuna e il 16% la definisce “bassa”.
Dipendenza dal committente e autonomia lavorativa (che significa poter determinare gli orari e il luogo di lavoro) costituiscono le coordinate essenziali per misurare l’effettiva indipendenza del lavoro e, nei dati offerti dalla Cgil, la fisionomia del lavoro professionale appare abbastanza chiara. Metà dei professionisti sembra vivere condizioni di effettiva indipendenza mentre l’altra metà vive per una parte (il 17-18%) in condizioni di lavoro dipendente mascherato e per un’altra parte, circa il 30%, in una zona grigia in cui il lavoro autonomo fa fatica ad affermarsi come tale.
Lo si riscontra nel reddito. Il 47%, infatti, dichiara redditi al di sotto dei 15 mila euro, soglia superata dal restante 53% anche se solo il 21,7% supera i 30 mila euro annui. Anche per questo, quindi, si può comprendere la risposta alla domanda su come si vuole essere percepiti: “Lavoratori autonomi ma con scarse tutele”.
Rispetto al futuro, la metà del campione (51%) “punta ad avere una maggiore continuità occupazionale con più tutele”, uno su tre (34%) ad avere un compenso più elevato. Le richieste al sindacato, o alle associazioni professionali (a cui è iscritto il 42% del campione), riguardano innanzitutto la riforma del sistema previdenziale considerata come “l’azione più importante”, seguita da quelle per ottenere un regime agevolato per i redditi più bassi. Per il 79,6%, inoltre, sarebbe utile istituire un equo compenso in relazione al valore della prestazione sotto il quale il datore di lavoro non deve scendere.
Anche in questa classifica, infine, ci sono quelli che stanno peggio. Le categorie in cui è più alta la definizione di lavoro “parasubordinato”, tra il 30 e il 40%, sono quelle di “cultura e spettacolo”, “formazione”, “informazione-editoria”. Sono le stesse con i redditi più bassi e con l’autonomia più bassa e che più vorrebbero avere un lavoro stabile con un contratto a tempo indeterminato.

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Terzo Settore e impresa sociale, l’affondo di Renzi sul welfare

11 sabato Apr 2015

Posted by scannavo in Senza categoria

≈ Commenti disabilitati su Terzo Settore e impresa sociale, l’affondo di Renzi sul welfare

Uscito sul Fatto di giovedì 9 aprile ha suscitato la risentita risposta di Riccardo Bonacina, di Vita. La si può trovare qui. In effetti parliamo di un settore che rappresenta un investimento significativo nella strategia di Matteo Renzi. Con alcune protagoniste atipiche come Giovanna Melandri e Letizia Moratti.
La Camera ha approvato la legge delega che riforma il Terzo settore. Con 297 voti a favore (la maggioranza), 121 contrari (M5S, Sel e Lega nord) e 50 astenuti (Forza Italia), il testo passa ora al Senato. La legge va oltre l’apparente normalità della sua definizione e rappresenta interessi rilevanti nella strategia politica del “renzismo”.
La legge delega, che come tale avrà bisogno di decreti attuativi, ha il perno decisivo nell’articolo 6 che regola le nuove norme per “l’impresa sociale” con il rischio, come hanno sottolineato gli interventi contrari del M5S e di Sel, di appaltare settori di welfare, in particolare la sanità, al mercato privato. L’articolo 6, infatti, prevede “forme di remunerazione del capitale sociale e di ripartizione degli utili, da assoggettare a condizioni e limiti massimi”. Consente, poi, alle imprese private e alle amministrazioni pubbliche “di assumere cariche sociali negli organi di amministrazione delle imprese sociali” e stabilisce che “le cooperative sociali e i loro consorzi acquisiscono di diritto la qualifica di impresa sociale”. “Con questa legge, ha detto Giulio Marcon di Sel, “non difendete i diritti ma i mercati sociali delle imprese”.
La torta è di circa 175 miliardi, corrispondenti alla spesa sociale non coperta da assistenza pubblica che potrebbe essere drenata, nel giro di otto anni, dalle nuove “imprese sociali”. E il mondo di riferimento, assai vasto, è composto da oltre 11 mila cooperative sociali, da oltre 22 mila enti non profit e da oltre 88 mila enti profit che operano già nel comparto. I settori di interesse sono i servizi socio-assistenziali, quelli della formazione e dell’assistenza. La supervisione, infine, è garantita al ministero del Lavoro, diretto da Giuliano Poletti che delle cooperative è stato presidente.
Come ha fatto notare nel suo intervento di voto contrario in aula la deputata dei 5Stelle, Giulia Grillo, per capire la sostanza dell’operazione occorre fare un passo indietro rispetto alla legge e andare a consultare un documento ricco di dati (tra cui quelli appena citati): il Rapporto italiano della Social Impact Investment Task Force istituita nell’ambito del G8 e presieduta in Italia dall’ex ministra (e attualmente presidente della fondazione Maxxi, il museo delle arti di Roma), Giovanna Melandri. Melandri è anche presidente di un’altra fondazione, la Human Foundation, creata “per sostenere l’impresa sociale migliore”. Molti dei suoi soci, partner e “ambassador” sono importanti centri economici come Unicredit, Banca Prossima di Intesa SanPaolo (cui si era rivolta la Coop 29 giugno per raccogliere fondi tramite la piattaforma online), fondazione Cariplo, Deutsche Bank, Ubi Banca. Molti di loro li ritroviamo nel board italiano della Task Force istituita per consigliare i governi del G8 e quindi con caratteristiche pubbliche. Nella stessa ci sono esponenti che esaltano pubblicamente l’impresa sociale come Andrea Rapaccini di Make a Change, struttura no profit dove tra i soci figurano colossi come la Gdf Suez Energie, la fondazione Cariplo o la Reale Mutua assicurazioni, il gruppo Vita, Letizia Moratti, presidente di San Patrignano, la Legacoopsociali, la Federcasse, l’associazione di Fondazioni e casse di di risparmio (Acri) oltre all’Associazione delle assicurazioni (Ania), delle banche (Abi) e alla stessa Confindustria.
Si ritrova anche il nome di Vincenzo Manes, da poco consulente “sociale” del governo Renzi e presidente della fondazione Dynamo, anch’essa impegnata nel “business sociale” e che è stato indicato, sempre dalla deputata Giulia Grillo come uno dei possibili estensori materiali, insieme al sottosegretario Luigi Bobba, ex presidente Acli, della legge delega.
La Task Force di Melandri ha redatto un documento di 88 pagine in cui si evidenzia il giro di affari possibile rappresentato dai 175 miliardi di spesa sociale che potrebbe essere coperta con uno Stato sociale “innovato radicalmente senza aggrapparsi a posizioni di rendita”. Il testo definisce “cruciale” il ruolo delle cooperative sociali ma anche di associazioni e fondazioni (e abbiamo visto che proprie queste non mancano in questa storia). Il ruolo delle cooperative sociali è costante. La dichiarazione per il Pd, ieri, è stata fatta da Micaela Campana che nell’inchiesta sulla 29 giugno era stata citata per i suoi sms a Salvatore Buzzi – “grande capo”. L’ironia delle citazioni fa si che nell’introduzione di Giovanna Melandri si possa leggere: “Siamo alla ricerca di una terra di mezzo dove la struttura giuridica dell’impresa sociale tra profit e non profit è molto importante per la dimensione e la ‘scalabilità”. Il “mondo di mezzo” di Massimo Carminati non c’entra nulla ma l’analogia è divertente.
In ogni caso, la Task Force immagina nuovi capitali che possono affluire nel settore con i “social bond” o l’impiego della Cassa depositi e prestiti. E indica un riferimento ideologico molto preciso, quella Big Society di stampo inglese che si propone di integrare il libero mercato con le attività sociali e di volontariato. Precondizione di tutto, però, dice il documento redatto nel 2014, è “cambiare lo status giuridico” delle imprese sociali per una definizione “più ampia rispetto agli attuali confini”. Esattamente quello che ha fatto la Camera.

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L’articolo 18 non frena i profitti

08 mercoledì Apr 2015

Posted by scannavo in Senza categoria

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Sembra incredibile ma l’esistenza dello Statuto dei lavoratori non ha bloccato la capacità di profitto delle imprese italiane. Sono stati enfatizzati, in particolare dal Sole 24 Ore, i forti utili prodotti dalle società quotate alla Borsa di Milano. Utili che hanno consentito alle aziende del listino di distribuire dividendi in crescita rispetto al 2013: 15,3 miliardi di euro contro i 13,7 dell’ano precedente.
La crescita degli utili, e dei dividendi, prosegue dal 2012. Quell’anno furono distribuiti 13,7 miliardi, in calo rispetto ai 14,6 del 2011, l’anno nero della crisi dello spread. Poi, nel 2013 si è tenuta la quota dei 13,7 per passare ai 15,299 miliardi del 2014. Il segnale è esplicito: dopo la grande fase nera della crisi iniziata nel 2008 e dopo la “grande paura” del 2011, con il rischio paventato di un’uscita dell’Italia dall’euro, le cose sono tornate a posto.
I signori della Borsa dovrebbero dire grazie a Mario Monti o a Mario Draghi che, con politiche di riduzione del costo del lavoro e di assottigliamento di voci sociali come le pensioni hanno garantito un recupero di “profittabilità”, come la definisce il quotidiano confindustriale, decisamente positiva. Lo conferma l’andamento degli utili conseguiti tra il 2009 e il 2013 da alcune delle società leader di questo movimento: 2,25 miliardi per Luxottica, 1,27 miliardi per Parmalat, 4,3 miliardi per Snam e 2,8 miliardi per Terna. Per non parlare del risultato sbalorditivo di Enel che nel quinquennio preso in esame ha realizzato 18 miliardi di utili netti cumulati sfruttando a pieno lo status di utility che poggia su un flusso certo di ricavi.
Il movimento di crescita era già inscritto nell’andamento dell’indice borsistico Ftse Mib che da inizio anno ha realizzato un brillante + 22,6%, reggendo il passo dei concorrenti internazionali.
Come detto all’inizio, tutto questo si è realizzato in presenza delle vecchie norme sul lavoro, prima del varo del Jobs Act. Vedremo se l’allentamento di quei diritti produrrà balzi ancora più consistenti. Quanto, però, l’impennata dei profitti si tradurrà in maggiori investimenti e in una crescita complessiva dell’economia italiana è tutto da verificare. E, visto l’andamento degli ultimi anni, anche da dubitare.

dal Fatto quotidiano dell’8 aprile

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